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04/03/2010
Abebe Bikila, 50 anni fa a piedi nudi nelle strade di Roma
Volevo che il mondo sapesse che la gente del mio paese, l'Etiopia, ha vinto sempre con determinazione ed eroismo. Abebe Bikila

Se ci si chiede chi è il più grande maratoneta di tutti i tempi è facile rispondere Abebe Bikila. Dopo cinquant'anni dal suo trionfo alle Olimpiadi di Roma, quell'uomo smilzo, dai tratti delicati tipici del suo popolo, è ancora una leggenda.
Chi era presente, in quella calda sera dell'estate romana del 1960, il 10 settembre, ricorda con commozione il volto affaticato ma composto, la maglia verde numero 11, che apparve, incredibilmente in testa a tutti, tra le fiaccole dell'ultimo tratto dell'Appia Antica. Quel giovane etiope, ancora sconosciuto fuori dalla sua patria, aveva completato il percorso, dal Campidoglio all'Arco di Costantino, 42,195 chilometri in 2 ore 15 minuti e 16 secondi distaccando all'arrivo  il marocchino Rhadi ben Abdesselem di 200 metri. E lo aveva fatto correndo a piedi nudi. Una maratona storica: non solo Bikila stabilì il record mondiale, quella fu la prima medaglia d'oro dell'Africa alle Olimpiadi.
Nato nel 1932 a Jato, un villaggio dell'Etiopia non lontano dalla capitale Addis Abeba, aveva trascorso l'infanzia facendo il pastore ed aveva poi regolarmente frequentato la scuola. A vent'anni si era arruolato nel Corpo di guardia imperiale e lì cominciò a coltivare la sua passione sportiva. Nel 1956 partecipò ai campionati nazionali delle forze armate: fu la sua prima vera gara e la vinse, con grande stupore della folla che si aspettava di vedere sul podio il famoso Wami Biratu, e non un ragazzo sconosciuto che si era così qualificato per le olimpiadi.
A Roma Bikila rappresentò con orgoglio la sua nazione e a chi gli chiese come mai avesse corso a piedi nudi rispose: «Volevo che il mondo sapesse che la gente del  mio paese, l'Etiopia, ha vinto sempre con determinazione ed eroismo». La stampa fantasticò che l'Etiopia era troppo povera per fornire le scarpe ai suoi atleti. Ovviamente non era così. Semplicemente era abituato ad allenarsi scalzo, le scarpette per la gara le aveva ricevute il giorno prima e le trovava scomode. Per questo si accordò con l'allenatore Onni Niskaben per correre nel modo che gli era più congeniale.
Il successo straordinario della sua prima olimpiade non fu un caso isolato, in tutta la sua carriera Bikila non fece che confermare le proprie doti atletiche e il coraggio di un vero combattente.
Alle Olimpiadi di Tokyo nel 1964 fu penalizzato dalle condizioni fisiche non certo ideali: solo un mese e mezzo prima era stato operato di appendicite, ed era visbilmente zoppicante. Malgrado ciò, e forse anche grazie alla calorosa accoglienza della folla, vinse la sua seconda maratona olimpica. Per la prima volta un atleta vinceva consecutivamente questa faticosa gara. Ma non bastava: Bikila battè anche il suo precedente record e fece registrare il tempo impressionante di 2h12'11".
Purtroppo non potè ripetere l'impresa nell'Olimpiade successiva, quella di Città del Messico, quando per problemi muscolari fu costretto a ritirarsi durante la gara, ma con la consolazione che fu un suo connazionale a vincere, Mamo Wolde.
In quello stesso anno, il 1968, Bikila fu vittima di un incidente stradale. Le migliori cure non furono sufficienti e rimase paralizzato dalla vita in giù. Neanche questo riuscì a fermarlo, come si è detto, era un combattente. Un giorno disse: «Gli uomini di successo incontrano la tragedia. è stato il volere di Dio se ho vinto le Olimpiadi, ed è stato il volere di Dio a farmi incontrare l'incidente. Ho accettato quelle vittorie come accetto questa tragedia. Devo accettare entrambe le circostanze come avvenimenti della vita e vivere felicemente».
Cosa fare allora? Continuare a gareggiare, ad esempio alle Olimpiadi per paraplegici di Londra, praticando diverse discipline, e naturalmente continuando a vincere. In Norvegia, nel 1970, vinse una medaglia d'oro addirittura correndo su una slitta da competizione.
Nella sua carriera breve ma molto densa vinse quasi tutte le gare che disputò, finché il destino non fu più forte di lui: nel 1973, dopo una lunga sofferenza a causa della paralisi, Abebe Bikila morì a soli quarantuno anni per un'emorragia cerebrale. Tutta l'Etiopia pianse il suo eroe nazionale, colui che aveva simbolicamente riscattato l'Africa dai suoi colonizzatori.

Bikila 2010 e la meravigliosa estate del 1960
Grazie all'iniziativa trasversale di alcune società romane, e in particolare all'organizzazione della "Roma Appia Run", si è costituito il comitato "Bikila 2010". L'obiettivo è quello di ideare e realizzare una serie di iniziative per celebrare nel migliore dei modi i 50 anni dalla vittoria olimpica di Abebe Bikila, un personaggio che ha segnato, con la sua vicenda agonistica e umana, un'epoca dello sport e della società internazionale. Diverse le manifestazioni che, iniziate nel settembre 2009, avranno il momento culminante il 10 settembre di questo anno. In programma anche iniziative collaterali a quelle prettamente sportive, come mostre fotografiche, proiezioni, conferenze. E c'è anche una sfida ulteriore per i comuni italiani, presentata all'ANCI: la titolazione di una strada al grande campione etiope nei comuni italiani, "Una Via per Bikila". Il progetto, che ha come motore Roberto De Benedictis, troverà naturale inserimento nel programma generale delle celebrazioni del Cinquantenario olimpico promosso dal Coni, affiancato dall'amministrazione capitolina, che farà rivivere quella che passò alla storia dello sport mondiale come "la meravigliosa estate del 1960".

A conferma della risonanza mediatica che la carriera e la vita di Abebe Bikila hanno avuto a livello internazionale, la sua figura viene ricordata anche nel film "Il maratoneta" di John Schlesinger, con Dustin Hoffmann e Laurence Olivier.

Dell'uomo che conosciamo come Abebe Bikila, o Abbebè Bichilà, il nome è Bikila e il cognome è Abebe, quello della sua tribù, ma in tutto il mondo si è scelto di rispettare la regola etiope per la quale viene nominato prima il cognome e poi il nome.
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